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Aggiornamenti

Il vertice mondiale di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile

Rossella Bellin

Facciamo il punto della situazione

Si è concluso da pochi giorni il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg (Sud Africa) dal 26 agosto al 4 settembre 2002.
Al vertice, organizzato dalle Nazioni Unite, hanno partecipato 189 dei 195 Stati membri dell’ONU, e sono intervenuti Capi di Stato e di governo, ministri e diplomatici, nonché rappresentanti di enti locali e di organizzazioni non governative (ONG).
Questo incontro è l’ultimo di una lunga serie di summit incentrati sui problemi ecologici, della cui utilità molti dubitano, in quanto lo stato di degrado raggiunto dall’ambiente è osservabile quotidianamente.

Già nel 1972 l’ONU organizzò, a Stoccolma, una Conferenza sull’ambiente umano, cui parteciparono 113 Stati, conclusasi con la redazione di un Piano di azione, contenente un centinaio di raccomandazioni, e una Dichiarazione di principi sull’ambiente umano, in cui si affermava la necessità di progettare uno "sviluppo compatibile" con la necessità di salvaguardare le risorse naturali.
A questo incontro ne seguirono altri, sempre negli anni Settanta, incentrati sui problemi della sovrappopolazione, dell’acqua e del clima del pianeta

La formulazione precisa del concetto di "sviluppo sostenibile" si deve alla Commissione mondiale per lo sviluppo e l’ambiente, istituita nel 1983 dall’Onu, presieduta dalla norvegese Brundtland; nel suo rapporto del 1987, intitolato "Our common future" e noto, appunto, come "Rapporto Brundtland" si trova questa definizione: è sostenibile quello sviluppo che permette di "soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere le possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri".
Sulla base di questo rapporto venne organizzato, sempre dall’ONU, nel 1992 a Rio de Janeiro (Brasile), la Conferenza su ambiente o sviluppo (nota anche come Earth summit, o vertice sulla Terra), che si concluse con la sottoscrizione, da parte di un centinaio di Stati, di cinque documenti, tra cui l’Agenda 21, ossia un piano d’azione per il ventunesimo secolo, e la Dichiarazione su ambiente e sviluppo.
L’attuazione degli accordi sottoscritti in tale sede venne demandata a un’apposita Commissione per lo sviluppo sostenibile (CSD).

Negli anni Novanta si susseguirono incontri relativi a singole tematiche appartenenti al problema dello sviluppo sostenibile (sulla popolazione, al Cairo nel 1994, sul ruolo della donna, a Pechino nel 1995, sulla pianificazione del territorio, a Istambul nel 1996).

Una data emblematica è il 1997, anno in cui si svolge, in Giappone, la Conferenza di Kyoto sul clima: sottoscrivendo il relativo Protocollo, i Paesi aderenti si impegnano a ridurre del 5,2% le emissioni di anidride carbonica e degli altri gas che provocano il cd. "effetto serra" (determinando il surriscaldamento del nostro pianeta) per il periodo tra il 2008 e il 2012.
Il mancato conseguimento di questi obiettivi determinerebbe, secondo gli esperti, nel 2100, un aumento della temperatura sulla Terra di 5, 8 gradi centigradi e l’innalzamento del livello del mare di 80 centimetri.
Purtroppo, questo protocollo non è stato sottoscritto da tanti Stati, in primis dagli Stati Uniti, che contribuiscono a oltre il 36% delle emissioni globali.
Constatando l’elevato numero di incontri sui problemi ambientali che, nell’arco di trent’anni, hanno preceduto il vertice di Johannesburg, concludendosi sempre con solenni assunzioni di impegni, senza porre rimedio alcuno allo stato di devastazione del pianeta, è, pertanto, comprensibile il clima di scetticismo che ha accompagnato la fase preparatoria e lo svolgimento dell’ennesimo summit in Sudafrica.
L’obiezione fondamentale consiste nell’osservazione che il disimpegno degli Stati Uniti e di altri Stati industrializzati su questi temi, renderà sempre le dichiarazioni, sottoscritte in questi megavertici, una vuota proclamazione di intenti.

A vertice concluso, però, anche gli osservatori più pessimisti, hanno ammesso che, almeno, un risultato sicuramente utile è stato conseguito a Johannesburg: l’adesione di Cina, Russia e Canada al Protocollo di Kyoto sul Clima, e l’apertura, in senso possibilista, dell’Australia; al di là dell’indiscutibile peso politico di queste adesioni, esse rendono possibile la realizzazione della condizione cui era subordinata l’entrata in vigore del suddetto protocollo, ossia la ratifica da parte di almeno 55 paesi che producano insieme almeno il 55% di emissioni nocive.

Il documento finale del vertice di Johannesburg, è il frutto di compromessi, raggiunti tramite faticose trattative, tra la posizione più sensibile alle tematiche ambientalistiche, sostenuta principalmente dall’Europa, che richiedeva di fissare obiettivi precisi e tempi rapidi di attuazione, e quella, di cui sono stati portatori gli Stati Uniti, il Giappone e altri Stati industrializzati, elusiva e indisponibile a sottoscrivere impegni e scadenze, che possano compromettere i livelli di sviluppo raggiunti.


Tale documento si compone di due testi:

1) La Dichiarazione politica sullo sviluppo sostenibile, sottoscrivendo la quale gli Stati partecipanti si impegnano a realizzare l’obiettivo dello "sviluppo sostenibile".
Contiene una trentina di punti divisi in sei paragrafi, così intitolati:

  • "Dalle nostre origini al futuro" in cui si esprime la necessità di conciliare il progresso economico e civile dei popoli con le esigenze di protezione dell’ambiente;
  • "Da Stoccolma a Rio de Janeiro a Johannesburg" , dove vengono rievocati i tre vertici fondamentali per la prospettiva dello sviluppo sostenibile;
  • "Le sfide da raccogliere" , dove vengono evidenziate le interdipendenze tra i problemi ambientali e quelli sociali;
  • "Il nostro impegno verso lo sviluppo sostenibile" in cui si fissa, tra le priorità, lo sradicamento della povertà;
  • "Multilateralismo" in cui si esprime la necessità di istituire organismi di controllo dei progetti;
  • "Che si avveri!" contenente l’auspicio di una concreta attuazione delle dichiarazioni di intenti pronunciate a Johannesburg.

2) Il Piano di azione sullo sviluppo sostenibile, che contiene gli obiettivi concordati (in 152 punti) sui diversi argomenti in discussione.
Eccone i principali contenuti.

AIUTI: viene indicato ai Paesi ricchi l’obiettivo di destinare in aiuti lo 0,7% del prodotto interno lordo, da far confluire in un fondo per la solidarietà.
Inoltre, nell’ottica di mettere in pratica i principi dello sviluppo sostenibile, sono stati ideati 562 progetti di cooperazione, che si trovano allegati al Piano d’azione. Si tratta di progetti bilaterali tra paesi industrializzati e paesi poveri, che includono la partecipazione prevalente di aziende private, le quali agiranno, comunque, sotto la supervisione dei governi.
I progetti operativi sono divisi in dodici aree di intervento, tra cui povertà, energie rinnovabili, purificazione delle acque, foreste e, per la loro attuazione, che potrà avvenire nell’arco di dieci anni, viene previsto uno stanziamento iniziale di 1500 milioni di euro.

ACQUA POTABILE E SERVIZI IGIENICI: si è assunto l’impegno di dimezzare, entro il 2015, il numero di persone (attualmente 2,4 miliardi) che non hanno accesso a questi beni primari.

PROTEZIONE DELLA SALUTE: in questo settore ci sono numerosi obiettivi: diffondere l’assistenza sanitaria di base; entro il 2015 ridurre la mortalità infantile (fino ai 5 anni) di due terzi, e la mortalità da parto di tre quarti, rispetto ai dati registrati nel 2000; entro il 2005 ridurre di un quarto la diffusione dell’AIDS tra i giovani.

ENERGIA: è stato uno degli argomenti maggiormente dibattuti: l’opposizione degli Stati Uniti, del Giappone, del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda (facenti parte del cosiddetto cartello Juscan) e dei paesi arabi aderenti all’Opec ha costretto all’adozione di una formula generica, con cui ci si impegna a un "sostanziale incremento" dell’uso di fonti rinnovabili di energia (solare, eolica, biomasse ecc.), senza neppure fissare una scadenza (originariamente era previsto l’obiettivo del 15% entro il 2010). I Paesi dell’Unione europea, Il Brasile e altri si sono, comunque, prefissi di raggiungere l’utilizzo di una percentuale del 10% di fonti pulite.
Un altro punto di scontro tra Unione europea e Paesi in via di sviluppo ha riguardato l’inclusione dell’energia idroelettrica tra le fonti rinnovabili: l’opposizione europea, motivata dalla considerazione del devastante impatto ambientale delle dighe necessarie alle centrali idroelettriche, è stata sconfitta.
Anche l’impegno alla riduzione delle sovvenzioni statali ai combustibili tradizionali, di origine fossile, non prevede una data di scadenza.

BIODIVERSITÀ: viene ribadito l’impegno, già contenuto nella Convenzione sulla biodiversità di Rio, alla riduzione significativa del ritmo di estinzione della varietà delle specie viventi, determinata dall’inquinamento o dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, entro il 2010.

SOSTANZE CHIMICHE: ci si è accordati per l’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e nocive entro il 2020, con particolare riguardo ai pesticidi impiegati massicciamente in agricoltura.

MARE E PESCA: è stato raggiunto un accordo, da attuare entro il 2015, per il mantenimento dell’abbondanza e della varietà delle specie ittiche, mediante messa al bando di tecniche di pesca devastanti, come le reti a strascico e l’impiego di esplosivi, nonché imponendo il rispetto dei periodi di riproduzione.

CLIMA: sono stati ribaditi gli obiettivi della Convenzione di Rio sui cambiamenti climatici, tendenti a stabilizzare, a livelli non pericolosi, le concentrazioni dei gas serra nell’atmosfera.
Viene lanciato l’appello per una tempestiva ratifica del Protocollo di Kyoto, nei confronti di quei Paesi che ancora non lo avessero fatto.

Adesso è necessario che, una buona volta, dopo questo summit, dalle promesse si passi alle azioni concrete: infatti, come ha sostenuto il segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nel suo discorso pronunciato al vertice, "se non agiamo adesso, il cambiamento del clima porterà devastazione, già nell’arco della nostra vita".
Annan, inoltre, spronando all’azione gli Stati più ricchi, indicati come i maggiori artefici dei problemi ambientali, ha richiamato governi, imprese e associazioni civili a una condivisione di responsabilità: "responsabilità l’uno nei confronti dell’altro — ma specialmente nei confronti dei poveri, dei vulnerabili e degli oppressi — perché tutti apparteniamo a un’unica famiglia, l’umanità."



(1° ottobre 2001)
 


* Facciamo il punto della situazione

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