Da
quando esiste lo Stato moderno, è
cambiata più volte la sua funzione rispetto al sistema economico.
Nelle
forme di Stato liberale prevaleva
la concezione secondo cui l'economia era terreno dei privati e le
condizioni economiche degli individui erano la conseguenza delle capacità
di ciascuno.
Lo Stato doveva astenersi da ogni interferenza limitandosi ad assicurare
le "regole del gioco" perché i privati potessero
svolgere le loro attività con tranquillità. In pratica
doveva solo fare leggi che tutelassero la sicurezza e la libertà
dei cittadini e farle osservare attraverso il proprio apparato. Questo
modo di concepire il ruolo dello Stato si chiama liberismo.
Al
periodo liberista (durato fino ai primi decenni del secolo scorso)
è seguito quello in cui si è concepito l'intervento
e la presenza dello Stato come indispensabile per il buon funzionamento
del sistema economico. Allo Stato, perciò, sono state assegnate
molte altre nuove funzioni, oltre a quelle che già assolveva;
in particolare:
-
fornire servizi pubblici essenziali a prezzi contenuti o addirittura
gratuiti per i non abbienti;
-
garantire uno sviluppo equilibrato del sistema economico;
- assicurare il benessere della collettività.
Lo
Stato che svolge queste funzioni si chiama interventista o sociale.
Per
realizzare questi nuovi compiti lo Stato deve ovviamente procurarsi
mezzi finanziari sempre più ingenti: gli strumenti adottati
a tal fine sono stati essenzialmente laumento progressivo dei
tributi e del debito statale.
Nei
decenni sono sorte critiche relative sia allentità delle
risorse usate sia alla poca efficienza di molte attività gestite
dallo Stato. Attualmente c'è un certo ripensamento sulla bontà
di questo tipo di intervento da parte sia degli studiosi sia dei governanti.
Il liberismo ha avuto una grossa rivalutazione e "meno Stato
più mercato" è diventato lo slogan di chi vuole
un parziale ritorno alla posizione di non-intervento nell'economia
che lo Stato aveva nel passato.